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Inquinamento elettromagnetico artificiale

 

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Sono state eseguite molteplici serie di misure del campo magnetico a 50 Hz generato da piccoli elettrodomestici di uso comune. In figura sono riportati a titolo di esempio i dati rilevati su di un asciugacapelli (linea in colore azzurro) e uno spremiagrumi (linea in colore rosso), ma le conclusioni che riportiamo sono abbastanza generali.

Nelle immediate vicinanze di un elettrodomestico (meno di 10 cm) può essere facilmente superato il limite di sicurezza ICNIRP (100 µT). L'intensità del campo decade rapidamente con la distanza; la Soglia di Attenzione Epidemiologica viene raggiunta a distanze dell'ordine di 30-80 cm, a seconda del tipo di elettrodomestico.

Intensità del campo magnetico generato da apparecchiature di uso quotidiano

Valore del Campo Magnetico a differenti distanze dalla sorgente [A/m]

                                15cm                         30cm                                                 60cm

Sorgente di Campo Magnetico

valore
medio

valore
max

 

valore
medio

valore
max

 

valore
medio

valore
max

Asciugacapelli

24

56

 

0,1

5,6

 

-

0,8

Rasoio Elettrico

8

48

 

1.6

8

 

-

0.8

Frullatore

5.6

8

 

0.8

1.6

 

0.16

0.25

Lavastoviglie

1.6

8

 

0.8

2.4

 

0.32

0.56

Forno a Microonde

16

24

 

3.2

16

 

0.8

2.4

Forno Elettrico

0.7

1.6

 

0.3

0.4

 

-

0.1

Frigorifero

0.16

3.2

 

0.16

1.6

 

0.1

0.8

Tostapane

0.8

1.6

 

0.25

0.56

 

-

-

Televisore a Colori

-

-

 

0.56

1.6

 

0.16

0.65

Televisore B/N

0.25

0.8

 

-

0.16

 

-

0.1

Lavatrice

1.6

8

 

0.56

2.4

 

0.1

0.5

Ferro da Stiro

0.65

1.6

 

0.1

0.25

 

-

-

Aspirapolvere

0.24

56

 

4.8

16

 

0.8

4

Fotocopiatrice

7.2

16

 

1.6

3.2

 

0.56

1

Facsimile

0.5

0.72

 

-

0.16

 

-

-

Lampada a fluorescenza

3.2

8

 

0.5

2.4

 

0.16

0.65

PC con Monitor a Colori

1.1

1.6

 

0.4

0.5

 

0.16

0.24

Trapano Elettrico

12

16

 

2.4

3.2

 

0.32

0.5

Fonte EPA (Environmental Protection Agency), IITRI (Illinois Institute of Technology Research Institute), EPRI (Electric Power Research Institute). 

I risultati delle misure non sono da intendere in termini assoluti, in quanto i valori dipendono da vari parametri (forma, disposizione e dimensionamento delle parti elettriche, materiali, ecc.) e sono quindi ampiamente variabili anche per apparecchiature simili prodotte da fabbricanti diversi.

Perché, in particolare, c'è apprensione per le esposizioni al campo magnetico a 50 Hz?

La grande diffidenza che si riscontra nell'opinione pubblica nei confronti delle sorgenti di campo magnetico a 50 Hz (elettrodotti, impianti ed apparecchi domestici) nasce soprattutto dal notevole divario che esiste tra le prescrizioni degli standard di sicurezza, che ammettono esposizioni continuative fino a livelli di centinaia di microtesla (ICNIRP e DPCM 23/4/92: 100 µT, CENELEC ENV 50166-1: 640 µT) e le risultanze degli studi epidemiologici, da alcuni dei quali, emergerebbe una possibile correlazione tra esposizioni croniche anche a bassi livelli (superiori ad una soglia indicativa di circa 0,2 µT, valore indicato con la sigla SAE per "Soglia di Attenzione Epidemiologica") e l'insorgenza di gravi malattie nell'uomo e soprattutto nel bambino.

Come ci si protegge dal campo magnetico a 50 Hz?

Si è in grado di progettare e costruire strumenti e di definire procedure per mezzo delle quali misurare l'intensità del campo magnetico a 50 Hz nell'ambiente con grande accuratezza, sicuramente sufficiente per le esigenze protezionistiche. È possibile realizzare programmi di calcolo per mezzo dei quali procedere ad accurate valutazioni teoriche dell'intensità del campo magnetico in molte situazioni tipiche di esposizione. C'è una buona conoscenza degli aspetti fisici dell'interazione tra il campo magnetico a 50 Hz e gli organismi biologici, grazie alla quale si possono realizzare modelli in grado di prevedere l'intensità delle grandezze fisiche indotte all'interno di un organismo esposto. Sono noti da tempo gli effetti acuti di queste esposizioni, sono stati chiariti i meccanismi alla loro base e ne sono state determinate sperimentalmente le soglie su un gran numero di individui.

Queste conoscenze sono alla base delle normative esistenti.

La questione della possibile pericolosità dei campi elettromagnetici (CEM) "non ionizzanti" (cioè, in questo contesto, di frequenza compresa tra pochi hertz e qualche centinaio di gigahertz) è emersa nel secondo dopoguerra, come conseguenza dello sviluppo delle applicazioni di questo agente fisico, all'inizio soprattutto in ambito militare – radar e telecomunicazioni. Sul piano sanitario, i primi effetti dannosi riportati come conseguenza dell’esposizione ad intensi CEM (cataratta, sterilità) erano di tipo indiscutibilmente termico, essendo imputabili al surriscaldamento di alcuni organi bersaglio particolarmente vulnerabili (cristallino, gonadi). Dal punto di vista normativo, si delinearono ben presto due scuole di pensiero. La prima, tipica dei paesi occidentali, vedeva in questi effetti termici l'unico meccanismo di azione dei CEM e portava quindi a normative miranti a difendere gli esposti da eccessivo riscaldamento locale o sistemico. La seconda, diffusa nei paesi dell'est europeo, dava credito all'esistenza di una multiforme casistica di effetti non termici, consistenti principalmente in disturbi più o meno soggettivi, ricondotti ad alterazioni del sistema nervoso che sembravano conseguenti ad una esposizione prolungata (cronica) a CEM di livelli anche molto bassi; questo approccio conduceva a fissare soglie di sicurezza notevolmente più basse di quelle termiche (anche 1000 volte, in termini di potenza). Attualmente, non essendo stato possibile accertare e descrivere quantitativamente gli effetti non termici, non è rimasta praticamente più traccia di questa seconda impostazione e le norme di sicurezza emanate dalle varie istituzioni internazionali si riferiscono unicamente agli effetti termici, per frequenze superiori a circa un centinaio di chilohertz, ed agli effetti acuti imputabili alla densità di corrente indotta, per frequenze più basse. Esiste un'altra problematica che la ricerca scientifica non ha finora potuto dirimere definitivamente, anch'essa di vecchia data, ma che recentemente ha riscosso molto interesse nei media e nell'opinione pubblica: si tratta della possibilità che le esposizioni croniche ai CEM anche di basso livello possano favorire l'insorgere di alcune patologie tumorali; la più dibattuta, perché supportata da un grande numero di indagini epidemiologiche è l'associazione tra esposizione al campo magnetico a 50 Hz (generato per esempio da elettrodotti ed elettrodomestici) e l'incidenza di alcune forme di leucemia infantile. Esiste in alcuni casi un notevole differenziale tra i limiti di sicurezza previsti dalle normative vigenti e le soglie a cui sono associati alcuni effetti legati alle esposizioni croniche. Infatti: le norme di sicurezza sono basate sugli effetti accertati dei campi elettromagnetici, cioè attualmente solo gli effetti acuti  a bassa frequenza (fino a qualche centinaio di chilohertz):interferenze sulla percezione sensoriale e sull'attività motoria; a frequenze superiori: riscaldamento dei tessuti; alcuni studi di tipo epidemiologico evidenzierebbero l'esistenza di un rischio cancerogeno legato alle esposizioni croniche anche a livelli molto bassi, soprattutto per quel che concerne il campo magnetico a 50 Hz.

continua

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