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Acqua: risorsa insostituibile
di Claudio Simonetti*
Qual’è
lo spettacolo offerto dalla natura che maggiormente ci rilassa e ci fa insieme
esclamare dallo stupore? ...Un tramonto sul mare...una cascata...un laghetto di
montagna?
Sicuramente
l’acqua è un elemento indispensabile ed istintivamente la sua presenza ci
tranquillizza. Non a caso le più antiche civiltà sono nate nei pressi di
importanti corsi d’acqua e molta attenzione è stata posta nell’utilizzo di
questa preziosa risorsa naturale.
Eppure
in questi ultimi anni stiamo assistendo ad un preoccupante fenomeno:
la
riduzione delle falde acquifere planetarie.
Cosa
significa?
Significa che l’acqua
dolce presente nel sottosuolo si sta riducendo sensibilmente e, per soddisfare
la richiesta di acqua potabile, occorre scavare pozzi sempre più profondi; in
pratica stiamo consumando più acqua di quella disponibile!
Ma
la superficie terrestre non è coperta per due terzi di acqua?
È vero ma circa il
95% non è potabile e un ulteriore 2% è congelato nelle calotte polari; la
disponibilità di acque dolci a livello mondiale è stata calcolata in circa
44.000 miliardi di metri cubi all’anno con una disponibilità teorica, nel
1998, di 4.000 metri cubi all’anno per abitante (un metro cubo corrisponde a
1000 litri). Si deve però tenere presente che una grossa parte delle acque
viene usata in agricoltura per scopi irrigui e dall’industria,
solamente 600 metri cubi all’anno sono disponibili per scopi alimentari
ed igienici ad abitante con sperequazioni nei consumi (dai 630 litri giornalieri
pro capite di un americano ai 30 litri di un africano).
Perché
la situazione sta rapidamente peggiorando?
Dal 1980 al 1998 la richiesta di acqua è raddoppiata, alcuni stimano che
dall’inizio del XX secolo ad oggi il consumo di acqua dolce sia aumentato di
sette volte. Le cause del calo sono molteplici e possono essere così
sintetizzate:
·
Crescita
demografica; considerato che
i consumi sono direttamente proporzionali alla crescita della popolazione
mondiale (negli ultimi cento anni i consumi sono cresciuti ad una velocità
doppia dell’incremento demografico) si prevede, con questi tassi di crescita,
che dopo il 2025 i consumi mondiali non potranno essere soddisfatti dalle
attuali risorse; in aggiunta a ciò i paesi a più alto tasso di crescita
demografica (Africa, Cina e India) sono proprio quelli che si trovano nelle
peggiori situazioni di approvvigionamento.
·
Inquinamento;
esistono tre modalità di azione degli inquinanti prodotti dall’uomo: l’inquinamento
diretto delle falde tramite la penetrazione nel sottosuolo di sostanze
tossiche (pesticidi e nitrati impiegati nell’agricoltura, metalli e altre
sostanze di sintesi impiegate dall’industria); l’eutrofizzazione a
causa del massiccio uso di fertilizzanti azotati; l’inquinamento dell’aria
che produce all’ormai noto effetto serra, con innalzamento delle
temperature e aumentata evaporazione delle acque, il risultato è l’incremento
della percentuale di vapore acqueo presente nell’atmosfera che corrisponde
alla siccità nelle terre più esposte (il fenomeno della desertificazione viene
implementato dal buco nell’ozono che lascia passare dosi eccessive di
ultravioletti con effetti distruttivi sulla flora) e rovinosi uragani.
·
Alterazione
degli ecosistemi; la
costruzione di dighe per lo sfruttamento idroelettrico e la deviazione di corsi
d’acqua a scopo irriguo (si parla di oltre 36.000 dighe con invasi superiori
ai 15 metri di altezza, distribuite su tutto il pianeta), hanno portato alla
distruzione di importanti ecosistemi con sparizioni di zone umide ed aree di
piena, insabbiamento degli estuari, reflussi di acqua salata e salinizzazione
delle falde.
·
Sprechi; la distribuzione delle
risorse idriche non è omogenea e avvantaggia pochi paesi, mentre praticamente
in tutta l’Asia ed in Medio Oriente si assiste al progressivo esaurimento
delle falde; gli sprechi delle acque irrigue e degli impianti di distribuzione
rendono inutilizzabili enormi quantità del prezioso liquido.

Com’è
la situazione italiana?
Non ha ancora raggiunto
livelli di particolare gravità ma in molte zone del Sud, particolarmente
durante l’estate, assistiamo a delle vere e proprie emergenze con razionamenti
del vitale liquido; con le ultime calure eccezionali anche il nord è in
affanno. Di fatto in Italia precipitano ogni anno circa 290 miliardi di metri
cubi che, dopo la dispersione e l’assorbimento, diventano 110, oltre ai 13 che
s’infiltrano nel suolo. L’acqua estratta dal suolo corrisponde al 32% di
quella disponibile (la media europea è del 20%); malgrado ciò al Sud il 70%
della popolazione soffre di difficoltà a reperire acqua potabile. È stato
riscontrato che lo spreco dell’acqua immessa nelle reti di distribuzione,
causa perdite e malfunzionamenti, è impressionante: assomma mediamente al 27%
del totale, con punte del 60-70% in Puglia.
Cosa
si può fare per ridurre gli sprechi?
Come è possibile rilevare
dai dati esposti nello schema precedente, in Italia solo circa l’8%
dell’acqua potabile consumata serve per scopi alimentari e per bere. Il
rimanente 92% se ne va per usi igienici spesso impropri.
Alcuni
consigli per risparmiare l’acqua:
·
Ridurre gli sprechi mantenendo in buona efficienza i rubinetti e
chiudendoli accuratamente; lo sapevate che lo stillicidio può far sprecare più
di 3.000 litri l’anno per rubinetto?
·
Usate di preferenza la doccia al posto del bagno per lavarvi, è più
sbrigativa, ci consente lo stesso di lavarci accuratamente e ci fa risparmiare
perché si consuma meno della metà rispetto al bagno in vasca.
·
Comprate elettrodomestici che utilizzano minori quantità di acqua e ad
alto rendimento energetico.
·
Mentre vi lavate i denti o vi fate la barba non lasciate correre
l’acqua inutilmente, chiudetela.
·
Fate funzionare lavatrice e lavastoviglie a pieno carico, potreste
risparmiare sino ad oltre 1000 litri di acqua l’anno.
·
Non gettate l’acqua di cottura della pasta ma riutilizzatela (tra
l’altro è ben calda) per lavare o sciacquare i piatti sporchi.
·
Raccogliete l’acqua piovana ed usatela per innaffiare come anche
potrete usare l’acqua di lavaggio di frutta e verdura.
ALCUNE PROPOSTE DELLA BIOARCHITETTURA®
A
conclusione di quanto già detto, la penuria di acqua può produrre condizioni
destabilizzanti e situazioni di conflittualità; quando in un’area la
disponibilità di acqua potabile scende sotto i 1.700 metri cubi l’anno pro
capite, tale area entra in crisi; già nel 1995 un quinto della popolazione
mondiale non aveva accesso a sorgenti di acqua potabile e la metà mancava di
strutture igieniche adeguate. Il terzo millennio ci riserva scenari
catastrofici; già oggi circa 240.000.000 di persone vive al di sotto del
livello minimo, fissato dall’O.N.U. in 1.000 metri cubi annui a persona; 2
miliardi di persone sono già in condizioni limite, prelevando più acqua di
quella che il ciclo naturale ripristina.
Dobbiamo
correre ai ripari!

Già
da svariati anni la Bioarchitettura propone soluzioni allo spreco di questa
vitale risorsa, operando due distinguo: recupero delle acque piovane e
recupero delle acque d’uso domestico.
Il recupero delle acque piovane può sembrare un discorso banale, ma banale non è, infatti pensiamo alla grande quantità di superfici impermeabili create dall’edilizia (tetti, lastrici solari, cortili pavimentati, passaggi pavimentati, strade asfaltate, ecc.).
L’acqua meteorica su tali superfici “corre” via e non va ad infiltrarsi nel terreno, molte volte viene incanalata e “gettata” in caditoie, fognature, comunque dispersa senza essere adeguatamente sfruttata. L’acqua così raccolta non arricchisce il terreno su cui sarebbe dovuta cadere ma ne viene prontamente allontanata senza alcuna discriminazione, mescolata ad altre acque, va a confluire in canalizzazioni che rapidamente la dirottano verso corsi d’acqua più grandi. Non a caso nelle nostre città, in seguito a violenti nubifragi, si formano rapidamente ingorghi e rigurgiti della rete fognaria, i pochi corsi d’acqua tracimano e si può assistere alla comparsa di microalluvioni, le strade in pendenza diventano torrenti e spesso le zone più basse diventano bacini alluvionali. Superfici molto vaste, poste al di sotto delle aree urbane, non trattengono più l’acqua meteorica; il terreno, che naturalmente avrebbe un effetto “spugna”, non riesce a trattenere la poca acqua con cui entra in contatto. Una risorsa preziosa viene sprecata senza scopo.
La proposta è relativamente semplice: aumento delle superfici permeabili e raccolta delle acque piovane per il riuso attraverso condutture specifiche, dedicate all’acqua non potabile, rivolte all’alimentazione degli elettrodomestici (lavatrici, lavastoviglie) e degli sciacquoni dei gabinetti; l’acqua raccolta può essere anche usata per annaffiare i giardini.
Un esempio interessante è costituito da un complesso industriale di servizi in Germania, a Francoforte Bockenheim, il “Gewerbehof”, in cui i principi sopra enunciati sono applicati in vasta scala su un edificio che utilizza le acque provenienti dalle varie falde delle coperture per ridurre il consumo idrico e creare ambienti di lavoro maggiormente salubri.
Il
recupero delle acque reflue costituisce invece un aspetto più complesso la
cui attuazione è spesso ostacolata da preconcetti e normative poco attente a
questo tipo di soluzioni. Le acque reflue, o meglio acque di scarico di uso
domestico, sono acque di risulta provenienti dai vari processi di lavaggio
(quindi contengono detersivi, con una gamma complessa di sostanze inquinanti:
detersivi, tensioattivi, fosforo, sbiancanti, acidi, ecc.) e dai sevizi
igienici. Il recupero di tali acque a costi relativamente bassi costituirebbe
sicuramente un vantaggio economico ed un modo di riqualificare un territorio
spesso valutato in modo meramente commerciale. Oggi le acque reflue vengono
trattate da impianti di depurazione centralizzati (detti a “fanghi
attivi”) e gestiti generalmente dai comuni o dalle regioni; tali impianti
hanno costi elevati di gestione (oltre a costi elevati di costruzione, vi
sono forti spese per lo smaltimento dei fanghi di risulta ) ed un impatto
ambientale molto forte (vasche di cemento fuori terra e le altre
infrastrutture, produzione di aerosol batterico, odori molesti e rumorosità
dell’impianto in funzionamento).
La
soluzione proposta dalla Bioarchitettura è l’utilizzo della
biofitodepurazione tramite lagunaggio.
Di che
cosa si tratta? Si tratta di un sistema di depurazione basato sull’utilizzo di
piante acquatiche per l’abbattimento degli inquinanti; le piante interagiscono
con microrganismi e rendono possibile l’abbattimento degli inquinanti.
È un
sistema costituito da uno o più laghetti di depurazione della profondità di
circa 60 cm. dove viene convogliata l’acqua reflua proveniente da fosse di
raccolta e sedimentazione (simili alle attuali fosse biologiche); il bacino
viene preventivamente impermeabilizzato e vengono poste a dimora varie specie
vegetali adatte al filtraggio ed assorbimento delle varie sostanze inquinanti;
le piante, oltre ad assorbire i composti nutrienti presenti nel liquame (azoto,
carbonio, fosforo, ecc.) forniscono un ottimo supporto ai microrganismi
demolitori e trasformatori.

Tale
sistema si è dimostrato molto efficiente in località con forte variazione
della popolazione residente (centri turistici), nei centri rurali e nelle
comunità montane; si tratta di un sistema molto tollerante in caso di
sovraccarichi e con costi di esercizio modesti.
La
versatilità del sistema è testimoniata dalla sua diffusione nei paesi
tecnologicamente avanzati come Stati Uniti, Germania, Francia, con migliaia di
impianti realizzati per il trattamento degli scarichi di piccole comunità ma
anche di comunità più grandi (anche superiori agli 80.000 abitanti).
Molto
spesso i bacini di lagunaggio (foto a lato) vengono usati per colture
idroponiche (floricoltura ed itticoltura) e l’impatto ambientale risulta
interessante per la riqualificazione di aree degradate (ad esempio cave dismesse,
zone incolte, canali inutilizzati, ecc.) e comunque restituisce all’ambiente
quell’aspetto naturale che spesso è assente nei nostri centri urbani.
Le
acque in uscita possono essere ulteriormente trattate tramite dinamizzazione
attraverso flow-form.
Le
flow-form sono una serie di contenitori, o meglio dei recipienti flussiformi,
realizzati in materiali vari (cemento, ceramica, vetro, metallo) concatenati,
cioè in successione, posti possibilmente in pendenza; essi hanno delle forme
lobate particolari che costringono l’acqua a scorrere formando delle
turbolenze che favoriscono l’ossigenazione e di conseguenza innescano i vari
processi biologici necessari alla purificazione.
Questi
recipienti costituiscono una interessante applicazione anche esteticamente
gradevole con risvolti sia di arredo urbano sia di impiego economicamente
rilevante (ad esempio di trattamento delle acque stagnanti, la desalinizzazione
e come integratore nei sistemi di acquicoltura) e rendono il complesso di
depurazione delle acque simile ad un organismo vivente.
* Claudio Simonetti - architetto libero professionista - Verona